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Qui finiscono parole lasciate da persone sconosciute.

Messaggi mai consegnati
Occasioni perdute
Pensieri rimasti addosso nel tempo

Puoi leggerli senza fretta


Dicembre 2025



Roma, Teatro Sistina

All’uscita mi sono accorto che gli attori eravamo noi! Adios Bruno


Autunno scorso
Libreria della Stazione Centrale di Milano



Hai preso lo stesso libro tre volte dallo scaffale e tutte e tre le volte hai rimesso quello sbagliato.

Alla quarta hai guardato la copertina come se fosse colpa sua.

Io ridevo da sola due scaffali più in là.




Roma, autobus 60



Ti sei addormentato per tre fermate con la testa contro il vetro.

Quando ti sei svegliato hai controllato subito se qualcuno ti avesse visto.

Io sì, e avrei voluto chiederti cosa avessi sognato.

Ogni tanto prendo ancora il 60, ma non ti ho più rivisto. Peccato!


Livorno, parcheggio del supermercato — pioggia improvvisa



Mi hai accompagnata con il tuo ombrello fino alla macchina.

Io ti ho restituito solo un “grazie” troppo veloce.

Ci ho pensato per tutto il tragitto verso casa, e ancora adeso! 🙂


prima di Natale scorso

Roma, bar vicino al tribunale — pausa caffè



Hai preso il mio caffè per sbaglio.

Te ne sei accorta dopo il primo sorso e sei diventata rossa all’istante.

Io invece non ho avuto il coraggio di dirti che mi eri sembrata bellissima proprio in quel momento. Ma se ti rivedo… te lo dirò, sicuro!


16.05.26

Fiuggi



Penso che non devo perdere più tempo e goderti al massimo prendermi tutto insieme a te

Frecciarossa Torino Roma,

Avevi una giacca chiara, cuffie nelle orecchie, un libro tra le mani.

Direte: come migliaia di altre ragazze.

Se non fosse che avevi quel modo tutto tuo di sorridere alle pagine, come se qualcuno le avesse scritte soltanto per te.
E ogni tanto alzavi gli occhi verso il finestrino, senza guardare davvero fuori.

Io ero lì vicino, immobile, a fare finta di niente.
Eppure da quel treno sono sceso portandomi dietro la sensazione assurda di averti già persa, senza averti mai conosciuta.

Mara, 5ª ragioneria, 2012

Catania

Non so nemmeno perché ti sto scrivendo qui sopra dopo tutti questi anni.
Forse perché certi ricordi restano fermi in un punto preciso e non se ne vanno più davvero.

Mi ricordo i corridoi, il rumore delle sedie trascinate, le interrogazioni che sembravano tragedie.
E mi ricordo te.

Non siamo mai stati niente.
Forse nemmeno vicini davvero.
Però ogni tanto mi chiedo che fine abbia fatto quella ragazza di allora.

Magari, come per me, la vita ti ha portata lontanissimo da Catania.
Magari non entrerai mai qui dentro.

Ma se per caso leggerai queste righe e ti riconoscerai, mi piacerebbe sapere come stai.

Tonino

Libreria Feltrinelli, Roma — tardo pomeriggio di Febbraio 2026

Eri esile, mora, grandi cerchi alle orecchie, giovane quarantenne, con un paio di camperos consumati e un libro tenuto stretto sotto il braccio.

Hai passato più tempo a leggere le quarte di copertina che a scegliere davvero.

Per due volte ci siamo ritrovati davanti allo stesso scaffale e tutte e due le volte hai fatto un piccolo passo indietro per lasciarmi passare.

Ti ho vista uscire senza comprare niente.

Io invece sono rimasto dentro ancora un po’, e chi ci ha pensato più al libro!

Sarebbe bello incontrarti ancora.

Baia dei Saraceni — estate 2025

Continuavi a lamentarti del sole troppo forte e dopo cinque minuti eri di nuovo sdraiata senza ombrellone.

La tua amica ti ha detto:
“Guarda che tra un’ora piangi.”

Hai risposto:
“Ne vale la pena.”

Il giorno dopo non c’eravate più.

Volevo dirti che ne valeva la pena. Eccome se ne valeva la pena 🙂

Estate prossima magari ti ritrovo ancora lì. Hai visto mai?

Ufficio assicurazioni, Napoli- tempo fa

Hai cambiato azienda senza salutare quasi nessuno.

Io invece ci ho pensato per mesi.

Ero perso per te e credo si capisse anche abbastanza.

L’ultima settimana continuavo ad alzare lo sguardo ogni volta che passavi davanti alla mia stanza.

L’ultimo giorno mi hai detto:
“Dai, magari ci rivediamo.”

Non ci siamo più rivisti.

Almeno fino ad oggi.

Ma se sono qui a scrivere di te è perché, in fondo, tutto può ancora accadere.

e se poi non dovesse….almeno c’ho provato! 🙂

Via Cavour, Ravenna — gelido pomeriggio invernale del 2022

Abbiamo litigato per una cosa così stupida che oggi non riuscirei nemmeno a spiegarla bene.

Ricordo solo il silenzio dopo,
ed un numero che non si è mai più sbloccato.

Tu davanti al semaforo senza guardarmi.
Io convinto che saresti tornata indietro dopo pochi passi.

Non l’hai fatto.

Per mesi ho continuato a ripensare all’ultima cosa che ti ho detto.

Avevi già deciso di lasciarmi da chissà quanto.
Io ti ho solo spianato la strada.

Ancora ti penso.
Sempre meno, ma lo faccio.

E quando smetterò del tutto sicuramente lo capirai,
perché non farò più finta di non vederti quelle rare volte che ti incontro.

Scuola Primaria Giosuè Carducci – Torino _ dal 2024 ad oggi!

Bel posto, mi piace.
Voglio lasciare anche io un messaggio.

A te, la maestrina dai capelli rossi, gli occhiali di un azzurro improbabile e un fidanzato che ti aspettava sempre all’uscita della scuola.

Non ci siamo mai detti nulla che andasse oltre due sorrisi e qualche buongiorno veloce.

Ma per mesi ho aspettato quell’orario anche più del dovuto.

Se leggerai queste parole, anche tra cent’anni, sappi che avevi rubato il cuore di un papà single.

Costa ionica — fine agosto 2020

Con te non ho avuto promesse, futuro o parole grandi.

Solo giorni consumati troppo in fretta e una passione che faceva sparire tutto il resto per qualche ora.

Forse è stato proprio questo il motivo per cui mi sono lasciata andare così tanto.

Sapevamo entrambi che sarebbe finita lì.

Tu da una parte.
Io dall’altra.

La mia famiglia vale infinitamente di più di qualunque follia estiva, e non ho mai avuto davvero il coraggio di mettere in discussione questo.

Ma certe notti, quando tutti dormono e la casa finalmente tace, mi capita ancora di ripensare a quella settimana impossibile.

Resterai il mio segreto più inconfessabile.

S.

Firenze — primavera 2019

Avevi sempre le mani fredde.

La prima volta che ti ho preso la mano hai sorriso e mi hai detto:
“Succede da sempre, ho il cuore caldo.”

Ci siamo incontrati nel momento sbagliato e probabilmente lo sapevamo tutti e due.

Per un po’ ho pensato che sarebbe bastato volerlo davvero per cambiare tutto.

Poi, lentamente, abbiamo smesso di cercarci.

Senza litigare.
Senza una vera fine.

È questa la cosa che ancora oggi mi confonde di più.

Perché alcune persone non se ne vanno davvero.

Semplicemente smettono di esserci ogni giorno.

Caterina

Bologna, inverno 1998

Ti chiamavo al tempo delle cabine telefoniche.

Uscivo dopo cena con le monete in tasca e una sigaretta che spesso restava accesa senza che la fumassi davvero. La cabina era sotto il portico di Via Indipendenza, davanti al vecchio negozio di dischi.

Facevo il tuo numero quasi a memoria.
E speravo sempre che rispondessi tu.

Per parlare con qualcuno allora dovevi uscire di casa, cercare un gettone e avere un po’ di fortuna. Bastava che il telefono fosse occupato, o che rispondesse tuo padre, e ti passava il coraggio.

A volte preparavo anche le frasi prima di chiamarti.
Poi sentivo il tuo “pronto”
e dimenticavo tutto.

Parlavamo poco, perché costava troppo.
Cinque minuti, a volte meno.

Mi raccontavi cose normali: l’università, il lavoro, tua madre che si lamentava perché il telefono restava occupato. Io inventavo scuse qualsiasi pur di continuare la conversazione ancora un minuto.

Non c’era niente di straordinario.
Però me lo ricordo ancora.

E certe volte, come adesso, mi torna ancora in mente la tua voce.

Milano, Novembre 2018

Ti aspettavo quasi tutte le mattine sul tram 15.

Non perché ci fossimo dati appuntamento.
Semplicemente, dopo un po’, avevo imparato i tuoi orari.

Salivi alla fermata di Porta Genova,ti ricordo con quel cappotto scuro troppo leggero per il freddo che faceva. A volte avevi le cuffie. A volte eri solamente assorta e pensierosa.

Per mesi non ci siamo detti niente.

Però succedeva questa cosa strana: ci cercavamo con gli occhi appena saliti sul tram, quasi per controllare che l’altro ci fosse davvero.

Una mattina mi hai sorriso.
Solo un secondo.

Io quel giorno sono arrivato in ufficio convinto che prima o poi ti avrei parlato davvero.

Poi un lunedì non sei salita.
E nemmeno quello dopo.

All’inizio pensavo fosse una coincidenza.
Poi ho smesso di aspettarti, ma senza accorgermene continuavo a guardare quella fermata ogni mattina.

Non so nemmeno come ti chiami.
Però certe persone restano lo stesso.

E anche se non ci siamo mai detti davvero niente,
spero che la vita ti abbia portato esattamente dove volevi andare.

Ti auguro ogni bene del mondo.

Avellino,

al tempo che è stato.

Viverti è stato un piccolo miracolo.

Di quelli silenziosi,
che non fanno rumore quando arrivano,
ma cambiano tutto.

Non so se tu abbia mai capito davvero
quanto bene mi facesse la tua presenza.
Anche nei giorni storti.
Anche nei silenzi.
Anche quando sembrava che tra noi ci fosse sempre qualcosa fuori posto.

Con te non ho avuto certezze.
Ho avuto attimi.
Eppure alcuni attimi valgono più di intere vite vissute a metà.

Ci penso spesso:
a quanto sia strano riuscire a sentirsi a casa
dentro una persona.

Forse è questo che eri.
Un posto.
Non perfetto.
Non semplice.
Ma incredibilmente vero.

E anche se la vita poi prende direzioni che non scegliamo,
anche se le persone a volte si perdono senza una colpa precisa,
io una cosa la so ancora.

Viverti è stato un piccolo miracolo.

E certi miracoli,
anche quando finiscono,
continuano a restare.

Fernando.

Roma, ancora oggi,

un Ufficio Ministeriale tra i tanti.

Lavoriamo insieme da così tanti anni che ormai conosco a memoria il rumore dei tuoi passi nel corridoio.

È assurdo da dire ad alta voce, lo so.

Nel frattempo sono cambiate tante cose.
Tu.
Io.
Le persone intorno.

Ma non questa cosa qui.

A volte penso che avrei dovuto dirtelo quando eravamo più giovani, quando tutto sembrava ancora possibile.

Invece ho lasciato passare il tempo fingendo che mi bastasse averti vicino ogni giorno.

E non mi è mai bastato davvero.

La verità è che ti ho amato in silenzio per anni.

E sì, una vita me la sono costruita anch’io.
Però certe volte ti guardo parlare, ridere, vivere normalmente la tua giornata, e penso che con te sarebbe stata un’altra cosa.

Sarebbe stata una vita bellissima?

Senza quel punto interrogativo sarei persa!

Maria Grazia

Piazza delle Erbe, Verona — un sabato mattina qualunque

Non ti stavo cercando.

Anzi, se devo essere sincera, ero abbastanza convinta che non ti avrei più rivisto.

Gli anni hanno questa strana capacità: trasformano le persone in ricordi e i ricordi in qualcosa che sembra appartenere a un’altra vita.

Poi ti ho visto.

È stato come trovare tra le pagine di un libro un fiore lasciato lì molti anni prima.

Non lo cercavi.
Non ricordavi nemmeno che esistesse.

Eppure era ancora lì.

E per qualche secondo ho avuto la sensazione che il tempo avesse sbagliato strada.

Maura

Bologna — una sera tranquilla

Voglio lasciare un messaggio agli uomini della mia vita.

Non sono stati poi così tanti.

Alcuni sono rimasti a lungo.
Altri solo per una stagione.

Qualcuno mi ha insegnato cosa cercare.
Qualcun altro cosa non accettare mai più.

Da ognuno ho portato via qualcosa.

Mi piace pensare che ogni incontro abbia lasciato qualcosa.

Dentro la donna che sono oggi ci sono conversazioni finite tardi, mani che mi hanno accompagnata quando avevo paura, porte aperte al momento giusto e perfino qualche addio necessario.

Non provo nostalgia.

Solo gratitudine.

Perché, nel bene e nel male, ognuno di voi ha lasciato una piccola luce accesa lungo la strada.

E io, quella strada, continuo a percorrerla.

Non ho mai dimenticato la ragazza incontrata sul treno

Luogo: Intercity Roma-Milano
Quando: Primavera 2024

Ti sei seduta davanti a me a Firenze.

Avevi un libro che non hai quasi mai letto.

Per buona parte del viaggio hai guardato fuori dal finestrino.

A un certo punto mi hai chiesto se il treno fosse in orario.

Ti ho risposto di sì.

Fine della nostra conversazione.

Quando sei scesa a Bologna mi hai salutato con un sorriso.

Probabilmente era un gesto automatico.

Io però me lo ricordo ancora.

Non so nemmeno perché.

Non ci siamo raccontati niente.

Non so come ti chiami.

Non saprei riconoscere il suono della tua voce.

Eppure ogni tanto mi torna in mente quel viaggio.

Forse perché nella vita succede raramente di ricordarsi qualcuno senza un motivo preciso.

Spero soltanto che tu stia bene.

Le cose buone hanno la tua voce

Ovunque tu sia – Oggi

Non ti scrivo perché ci siamo persi.

Ti scrivo perché il tempo passa.

E da qualche anno ho capito una cosa che da ragazzo non riuscivo a vedere.

Ho passato metà della vita a pensare che fossi severo.

L’altra metà a capire che eri soltanto preoccupato.

Mi infastidivano le tue domande.

“Dove vai?”

“Sei arrivato?”

“Hai mangiato?”

Pensavo fosse controllo.

Oggi so che era amore.

Oggi mi ritrovo a usare parole che erano le tue.

A fare gesti che erano i tuoi.

A preoccuparmi per le persone che amo nello stesso modo in cui ti preoccupavi per me.

E ogni volta che succede mi viene da sorridere.

Perché per anni ho cercato di essere diverso da te.

E invece, piano piano, ti assomiglio sempre di più.

Non te l’ho mai detto.

Ma molte delle cose buone che ci sono nella mia vita hanno la tua voce.

Stefano.

Quando ho capito era troppo tardi

Perugia

Per anni mi sono raccontato di non essere fatto per le storie serie. Era una frase che mi piaceva, mi faceva sentire libero, come se tenere le distanze fosse una forma di coraggio invece che una forma di paura.

Tu non mi hai mai chiesto molto. Non mi hai chiesto promesse, non mi hai chiesto di cambiare vita. Credo che aspettassi semplicemente che fossi io ad accorgermi di quello che stava succedendo.

Solo che io non me ne accorgevo.

O forse sì, ma continuavo a rimandare.

C’era sempre un motivo per non fare un passo avanti. Il lavoro, il momento sbagliato, il bisogno di stare da solo. Tutte ragioni che allora mi sembravano importanti e che oggi mi appaiono per quello che erano: scuse.

Quando mi hai detto che avevi conosciuto qualcuno, ricordo di averti sorriso. Ti dissi che ero contento per te. Ero convinto di esserlo davvero.

Poi sono passati i mesi.

La vita è andata avanti come sempre. O almeno così sembrava.

Finché un giorno mi è successa una cosa banale. Mi è venuta voglia di chiamarti per raccontarti qualcosa di stupido, una di quelle cose che non cambiano la giornata a nessuno ma che hai voglia di condividere con una persona precisa.

E lì ho capito.

Non che mi mancavi.

Quello lo sapevo già.

Ho capito che per tutto quel tempo avevo continuato a immaginarti da qualche parte nel mio futuro, come una possibilità sempre aperta.

Ma nel frattempo la tua vita era diventata la vita di qualcun altro.

Ed è stata una scoperta terribile, perché non potevo prendermela con nessuno.

Non con te.

Non con lui.

Nemmeno con il destino.

Avevo avuto tutto il tempo del mondo e l’avevo sprecato.

Michele

Roma -inverno 2018

L’ultima replica

Per quattro mesi abbiamo interpretato una coppia innamorata. Ogni sera salivamo sul palco e, per un paio d’ore, diventavamo qualcun altro. Ripetevamo le stesse battute, gli stessi gesti, la stessa storia. Il pubblico ci credeva senza difficoltà e, a essere sincero, qualche volta sembrava che ci credessimo anche noi.

La cosa curiosa è che quello che ricordo oggi non sono le scene più importanti dello spettacolo. Ricordo il tempo trascorso dietro le quinte, le attese prima di entrare in scena, le conversazioni senza particolare importanza mentre gli altri cambiavano costume o ripassavano le proprie parti. Erano momenti normali, eppure hanno finito per occupare più spazio nella memoria di tanti applausi.

Non c’è mai stato un momento preciso in cui qualcosa è cambiato. Nessuna dichiarazione, nessun gesto che potrei indicare come l’inizio di una storia. Forse perché una storia, in fondo, non è mai davvero cominciata. C’era soltanto una familiarità crescente, la sensazione di conoscere sempre meglio una persona che vedevo quasi ogni giorno e con cui dividevo una piccola parte di vita.

Quando arrivò l’ultima replica non provai tristezza. Sentii piuttosto che stava terminando qualcosa di irripetibile. Dopo l’ultimo inchino ci salutammo come fanno tutti gli attori alla fine di uno spettacolo, con la promessa di rimanere in contatto. Per qualche tempo ci riuscimmo anche, poi le telefonate si fecero più rare, i messaggi più brevi, finché ciascuno tornò definitivamente alla propria strada.

Non è accaduto nulla che meriti di essere raccontato come un grande finale. Nessun litigio, nessuna delusione, nessun addio memorabile. La vita ha semplicemente ripreso il suo corso e noi abbiamo smesso di condividere quel pezzo di mondo che per qualche mese era stato soltanto nostro.

Non recito più come lavoro. Ogni tanto, però, entro ancora in un teatro e mi capita di pensare a quel periodo. Tra tutte le persone incontrate negli anni, tu sei una delle poche con cui ho condiviso qualcosa che non saprei definire con precisione. Non era amore, almeno non nel senso abituale della parola. Non era neppure amicizia. Era una di quelle rare circostanze che esistono soltanto perché esistono un luogo e un tempo precisi.

Forse è per questo che ti ricordo ancora. Perché quella storia che ogni sera fingevamo di vivere sul palco, alla fine, appartiene davvero alla nostra vita.

P.

Via Cola di Rienzo, Roma
primavera 2025

Al tavolo accanto

Non ci siamo mai parlate. Per qualche mese abbiamo fatto colazione nello stesso bar e, senza sapere bene come, sei diventata parte delle mie mattine. Io arrivavo quasi sempre prima di te e prendevo sempre le stesse cose. Tu invece cambiavi spesso: una volta un cornetto alla crema, una volta al pistacchio, qualche volta niente. Arrivavi quasi sempre di corsa, con il telefono in mano e l’aria di chi aveva già vissuto mezza giornata prima delle otto del mattino.

Non so perché mi ricordo certi dettagli. Una mattina avevi una bellissima giacca color crema che continuavi a sistemare sulle spalle mentre leggevi qualcosa sul telefono. Un’altra sei rimasta a fissare il cappuccino per diversi minuti senza toccarlo. A volte sorridevi guardando lo schermo, altre sembravi lontana da tutto. Poi, da un giorno all’altro, hai smesso di venire.

Non ci siamo salutate e non ci siamo mai presentate. Eppure per qualche settimana ho continuato a guardare verso quel tavolo aspettandomi di vederti entrare. Non so dove tu sia oggi, non so se il lavoro che ti faceva arrivare sempre di corsa sia ancora lo stesso e non so chi fosse la persona che riusciva a farti sorridere in certi giorni e a toglierti il sorriso in altri.

So soltanto che eri bellissima.

E non c’entravano niente il trucco, i vestiti o i capelli. Era il modo in cui entravi, ordinavi il tuo cappuccino e affrontavi la giornata, anche quando sembrava una fatica.

Magari non ti ricorderai di me.

Io ero quella con i capelli neri, lunghi, e gli occhiali a vista, quasi sempre seduta al tavolo accanto.

Spero che tu stia bene, tutto qui.

Anche se non saprai mai che qualcuno, ogni mattina, faceva il tifo per te.

Alessandra

Bologna, giugno 2026

A chi sta aspettando giorni migliori

Mi presento. Mi chiamo Mariangela e vivo a Bologna.

Non sto cercando una persona in particolare e non ho una storia da raccontare. Oggi sono qui semplicemente per lasciare un messaggio a chiunque possa averne bisogno.

Per un periodo della mia vita sono stata male. Non importa per cosa e non credo sia importante entrare nei dettagli. Quello che conta è che per mesi le mie giornate si sono riempite di visite, esami, controlli e attese. A un certo punto avevo smesso perfino di fare programmi. Quando qualcuno mi chiedeva cosa avrei fatto il mese successivo, cambiavo discorso. Mi sembrava inutile pensarci.

Quando stai attraversando qualcosa che non hai scelto, finisci per convincerti che quella sarà la tua vita per sempre. Io ci credevo davvero.

Poi le cose hanno iniziato a migliorare. Non è successo all’improvviso e non c’è stato nessun momento preciso in cui ho capito che il peggio era passato. Semplicemente un giorno riuscivo a fare qualcosa che la settimana prima mi sembrava difficile. Poi sono tornata a fare una passeggiata più lunga, a uscire con gli amici, a parlare di una vacanza senza sentirmi sciocca per averlo fatto.

Oggi sto bene.

Lo scrivo con semplicità, ma per me significa molto.

Non lascio questo messaggio per raccontare la mia esperienza. Lo lascio perché ricordo perfettamente quanto avrei voluto sentirmi dire che non tutti i periodi difficili durano per sempre.

Se quindi stai leggendo queste righe da una sala d’attesa, da una stanza d’ospedale o semplicemente da un momento complicato della tua vita, vorrei dirti soltanto questo: non so come andrà per te e nessuno può saperlo. So però che qualche mese fa non avrei mai immaginato di scrivere una lettera come questa.

E invece stasera sono qui a lasciare queste parole.

Mariangela

Val di Fassa

estate 2016

L’altro giorno stavo spolverando la libreria e mi sono accorta che possiedo un libro che non è mio da dieci anni. È una situazione piuttosto ridicola se ci penso. Ho restituito libri a biblioteche, amici, colleghi e perfino a un ex fidanzato con cui non parlavo da anni.

Il tuo invece è ancora qui.

Non so dove tu sia. Non so nemmeno se ricorderesti quella settimana in Val di Fassa. Però volevo dirti che Sostiene Pereira è ancora sulla mia libreria.

E che, dopo dieci anni, continuo ad avere la vaga sensazione di doverti qualcosa.

Paolina

Il ticket del parcheggio

La settimana scorsa ho cambiato automobile. Prima di consegnarla ho svuotato il cassetto davanti al sedile del passeggero. C’erano un paio di monetine, una penna che non scriveva più, il libretto delle istruzioni ancora chiuso e un vecchio ticket del parcheggio. Stavo per buttarlo quando ho visto la data: 12 ottobre 2014.

Mi sono fermato un attimo ed improvvisamente, mi sei tornata in mente.

Ci eravamo conosciuti quella mattina all’ingresso di un parcheggio. La sbarra non si alzava, tu eri già scesa dall’auto e io ero fermo dietro di te e sono sceso anche io. Dopo qualche minuto è arrivato un addetto, ha sistemato tutto e ci siamo messi a ridere per quella piccola perdita di tempo.

Da lì abbiamo iniziato a parlare.

Ancora oggi non saprei dire come siamo finiti a prendere un caffè insieme. So solo che il caffè è diventato una passeggiata e, a un certo punto, ci siamo ritrovati a pranzo come se ci conoscessimo da molto più tempo.

Parlammo di lavoro, di libri, di viaggi e di un sacco di altre cose che oggi non ricordo più. Ricordo invece la sensazione di stare bene, senza dover fare colpo su nessuno e senza dover dimostrare niente. Era semplicemente una bella conversazione.

Nel tardo pomeriggio tornammo al parcheggio. Tu salisti sulla tua macchina, io sulla mia. Ci salutammo, ci augurammo buon viaggio e finì lì. Non ci scambiammo il numero di telefono e, a dire la verità, non ci venne nemmeno in mente di farlo.

Quel ticket, invece, è rimasto nel cassetto dell’automobile per dodici anni. Me ne ero completamente dimenticato. È ricomparso solo la settimana scorsa, mentre svuotavo la macchina prima di consegnarla.

L’ho tenuto in mano qualche minuto. Poi l’ho buttato.

Dopo, però, mi è venuta voglia di scrivere queste righe.

Non per ritrovarti.

E nemmeno perché pensi ancora a quel giorno.

Semplicemente perché mi ha colpito scoprire che un vecchio ticket del parcheggio ricordava quella giornata molto meglio di me.

Io l’avevo dimenticata.

Lui, evidentemente, no.

Giovanni

Perugia, luglio 2026

Quella fotografia non l’avevo mai vista davvero

Caro fotografo,

non so se ti ricorderai di quel matrimonio. Sarebbe impossibile. In tutti questi anni avrai fotografato centinaia di coppie e, probabilmente, la mia è stata soltanto una delle tante che hai visto passare davanti al tuo obiettivo.

Il matrimonio era il mio. Più di vent’anni fa. Una cerimonia semplice, in una chiesa di Torgiano, il pranzo con i parenti, gli amici di sempre e un fotografo che cercava di cogliere i momenti più belli della giornata. Tu facevi il tuo lavoro, io vivevo una giornata che allora mi sembrava l’inizio di tutto. Nessuno dei due avrebbe potuto immaginare che, dopo così tanto tempo, ti avrei scritto queste righe.

La vita è andata avanti. Quel matrimonio è finito da molti anni e l’album delle fotografie è rimasto a lungo in fondo a un armadio. Non l’ho mai nascosto per rabbia o per tristezza. Semplicemente apparteneva a una parte della mia vita che avevo smesso di guardare.

Qualche mese fa mio figlio mi ha chiesto di vedere le fotografie del matrimonio. Era curioso di sapere come fossi vestita, di vedere i nonni quando erano giovani e di farsi qualche risata davanti a pettinature e vestiti che oggi sembrano appartenere a un’altra epoca. Così ci siamo seduti sul divano e abbiamo iniziato a sfogliare l’album insieme.

A un certo punto mi sono fermata su una fotografia che, fino a quel momento, avevo sempre guardato senza vederla davvero.

In primo piano ci sono io. Sto parlando con alcuni invitati e non guardo nemmeno l’obiettivo. È una fotografia qualsiasi, una di quelle che probabilmente hai scattato quasi senza pensarci. Ma dietro di me, qualche metro più in là, c’è mio padre.

Non sta guardando la macchina fotografica.

Sta guardando me.

Sorride.

Non è il sorriso di chi sa di essere fotografato. È un sorriso spontaneo, pieno di quella serenità che hanno le persone quando osservano qualcuno a cui vogliono bene.

Mio padre se n’è andato pochi anni dopo. Di fotografie ne abbiamo tante, ma quasi tutte sono le classiche immagini in posa, quelle in cui tutti cercano l’obiettivo. Questa, invece, è diversa. Lui non si accorge nemmeno di esserci dentro. E forse è proprio per questo che, oggi, mi sembra la fotografia più vera che ho di lui.

Anna

Grazie per non avermi fatto domande

Roma, luglio 2026

Sono fermo in Via Veneto. Aspetto la prossima chiamata e, invece di leggere le notizie sul tablet, non so nemmeno come sono finito su questo sito. Ho letto qualche lettera e mi è venuta voglia di scriverne una anch’io. Non l’ho mai fatto in vita mia, ma qui non devo registrarmi, non devo spiegare chi sono e non devo convincere nessuno. Posso soltanto raccontare una cosa che mi è rimasta in testa per anni.

Faccio il tassista da quasi trent’anni. In questo lavoro impari a conoscere un sacco di persone senza sapere quasi niente di loro. C’è chi sale e comincia subito a parlare, chi resta attaccato al telefono per tutto il viaggio e chi, invece, guarda fuori dal finestrino senza dire una parola. Dopo un po’ impari anche a capire quando è il caso di fare due chiacchiere e quando è meglio lasciar perdere.

Una sera è salita una ragazza. Non credo avesse più di trent’anni. Si è seduta dietro e mi ha detto soltanto:

«Policlinico Umberto I, per favore.»

Sono partito e, dopo qualche minuto, mi sono accorto che stava piangendo. Non era un pianto disperato e non cercava di attirare l’attenzione. Le scendevano le lacrime mentre continuava a guardare fuori dal finestrino, come se io non ci fossi.

Mi è venuto spontaneo chiederle se andasse tutto bene. Poi ho pensato che, se avesse avuto voglia di parlare, sarebbe stata lei a cominciare. Così ho lasciato la radio accesa a volume bassissimo e ho continuato a guidare.

Quando siamo arrivati davanti all’ingresso del Policlinico mi ha pagato la corsa, ha aperto la portiera e poi si è fermata un momento. Si è girata verso di me e mi ha detto soltanto:

«Grazie per non avermi fatto domande.»

Poi è entrata e io sono ripartito.

Sono passati parecchi anni. Di quella ragazza non ricordo quasi nulla. Non saprei dire come fosse vestita, né se avesse i capelli chiari o scuri. Se domani salisse di nuovo sul mio taxi, probabilmente non la riconoscerei.

Quella frase, però, non l’ho mai dimenticata.

Da allora mi è capitato tante altre volte di accompagnare persone in ospedale. Alcune hanno parlato per tutto il viaggio, altre sono rimaste in silenzio.

Io faccio esattamente quello che feci quella sera.

Ora vado, metto in D e riparto.

A quello che mi ha lasciata andare

Non so se leggerai mai queste parole e, a dire la verità, non so neanche se vorrei che accadesse.

Per molto tempo ho pensato che il gesto più grande che avessi fatto per me fosse stato amarmi. Adesso, dopo tanti anni, credo invece che sia stato lasciarmi andare.

Avresti potuto chiedermi di restare, ricordarmi tutto quello che avevamo costruito insieme, gli anni, le promesse e perfino quelle stupide cose comprate per casa pensando che sarebbero durate più di noi. Ne avresti avuto tutto il diritto, perché io stavo andando via e tu, almeno fino a quel momento, eri ancora lì.

Ricordo quella sera molto meglio di quanto vorrei. Io cercavo le parole giuste per non farti male, come se potessero esistere parole capaci di rendere indolore una cosa del genere, e tu mi ascoltavi senza interrompermi. A un certo punto mi hai guardata e hai detto soltanto: «Vai».

Ti ho odiato un po’ per quella parola. Mi sembrò fredda, quasi indifferente, e per qualche tempo mi sono perfino raccontata che forse non mi avevi amata quanto avevo creduto.

Ci sono voluti anni per capire che era vero esattamente il contrario.

Non hai cercato di trattenermi per paura di rimanere solo e non hai trasformato quello che eravamo stati in un debito che avrei dovuto continuare a pagare. Avevi capito prima di me che ero già altrove e, anche se immagino quanto ti facesse male, hai aperto quella porta.

Io sono andata via.

Oggi ho una vita diversa e della tua so pochissimo. Ogni tanto qualcuno mi racconta qualcosa, altre volte mi viene la tentazione di cercarti, ma poi non lo faccio. Non perché non mi interessi sapere come stai, ma perché forse alcune persone vanno lasciate nel punto esatto della nostra vita in cui sono state importanti.

Però una cosa avrei voluto dirtela.

Una parte della libertà con cui ho vissuto dopo di te è cominciata proprio quella sera, davanti a quella porta. E mi ci è voluta quasi una vita per rendermene conto.

Non so se sono stata la donna giusta per te. Probabilmente no.

Ma so che, nel momento in cui avresti avuto tutte le ragioni per pensare soltanto a te stesso, sei riuscito a pensare anche a me.

Grazie per non avermi chiesto di restare.

Lidia